Forse non tutti sanno o si ricordano che nel 2013 in Bangladesh è crollato il Rana Plaza, un edificio di otto piani che ospitava diversi laboratori tessili in cui lavoravano circa 5000 persone, soprattutto donne. Producevano capi d’abbigliamento anche per noti marchi occidentali, quegli stessi abiti che noi indossiamo quotidianamente.

Nel crollo sono morte 1.129 persone, e circa 2.515 feriti sono stati estratti vivi dalle macerie, la maggior parte dei quali è rimasta invalida.

Da allora sono stati fatti molti passi avanti per la sicurezza dei lavoratori della moda in quelle aree, ad esempio è stato  sottoscritto lAccordo per la prevenzione degli incendi e per la sicurezza degli edifici, grazie al quale, moltissime situazioni che presentavano problemi elettrici e strutturali sono state sanate.

Pare tuttavia che la strada verso una produzione “pulita” (nel senso che rispetti la vita e la dignità umana) sia ancora lunga e tortuosa. La tragedia del Rana Plaza è stata considerata il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia, eppure non tutti i brand sono disposti a rinnovare l’accordo per la prevenzione alla scadenza. E’ assurdo, ma è così. Il motivo del loro rifiuto è che non vogliono essere tenuti a rispondere legalmente delle condizioni di lavoro delle fabbriche da cui si servono.

Quanto costano i nostri vestiti

Negli anni i prezzi dei nostri vestiti hanno continuato a scendere, fino a toccare cifre irrisorie come 2 o 3 euro. Come è possibile? Perchè costano così poco? c’è solo una risposta, ed è che qualcun altro paga il prezzo degli abiti che acquistiamo al posto nostro. Chi? Sono gli operai, la gente comune che, per pochissimi soldi, come i lavoratori del Rana Plaza, mettono a rischio ogni giorno la loro vita, la loro salute, operando senza diritti, in ambienti insalubri e privi di tutela e protezione.

Quanto è lontana la loro condizione da quella della  schiavitù? Non molto direi, la linea di confine è davvero minima e forse è stata già oltrepassata.

Quello che noi possiamo fare per provare a spezzare queste modalità errate e disumane di produrre moda è cominciare a fare domande, esaminare i brand che siamo soliti acquistare e, ogni volta che prendiamo tra le mani un abito chiederci: “Chi l’ha fatto?” “ Made in…”? inoltre  “Voglio anche io essere complice dello sfruttamento di queste persone, e inquinare a dismisura le loro acque i loro territtori”?

Le alternative esistono e sono possibili. Scegliendo cosa acquistare possiamo incidere su queste logiche di profitto disumane. E’ l’unico strumento che abbiamo e anche se può sembrare esiguo, in realtà, se praticato da molti, può rivelarsi potente.