Non so se avete mai avuto modo di imbattervi in Lidewij Edelkoort, o se l’avete mai sentita anche solo nominare, comunque è tra le più influenti Fashion Watcher mondiali e una potenza dal punto di vista della comunicazione. Una trendsetter cui si rivolgono stilisti e brand per sapere quali sono i cambiamenti in atto nella società, quali saranno le prossime tendenze, i gusti e i bisogni dei consumatori nei prossimi anni.

Ho ascoltato lo speech che ha tenuto sul palco di Voices (evento che si tiene annualmente a Londra e che vede riunite le persone più influenti a livello globale in ambtio moda e lusso)  e ne sono rimasta estremamente affascinata. In quell’occasione ha ripercorso i punti del suo manifesto anti-fashion che ho trovato illuminante e assolutamente in linea con il mio pensiero.

Tra le varie cose molto interessanti che affronta, vorrei soffermarmi su due in particolare. Innanzitutto afferma che la moda non è più al passo con i tempi, ma è old-fashioned. Durante tutta la sua carriera, ha sempre visto la moda anticipare i tempi,  poteva contare ciecamente sulla moda come indicatore di tendenza. Questa è la prima volta, sottolinea, in cui la moda non fa più parte dell’ avanguardia. La moda continua imperterrita ad esaltare il singolo designer e sembra essere ignara del nuovo mondo in cui viviamo: un mondo creato per e da l’interazione, sempre più orientato ad un’economia di condivisione, collaborativa e ad un crescente senso di community. 

Il secondo aspetto, che trovo interessantissimo, è relativo al nesso tra i processi di produzione e il consumismo. Le modalità produttive si sono spostate, hanno lasciato il mondo occidentale per trarre maggior profitto e sfruttare i paesi a basso reddito dove è possibile sottopagare gli operai e farli lavorare in fabbriche fatiscenti nonché pericolanti. In tal modo, un prodotto che deve essere seminato, coltivato, raccolto, pettinato, filato, lavorato a maglia, tagliato e cucito, finito, stampato, etichettato, imballato e trasportato, potrà costare anche solo un paio di euro. E’ assurdo! Tali prezzi ridicoli inducono i consumatori a gettare via gli abiti facilmente, a scartarli come un preservativo, andando ad aggravare il già enorme problema dello smaltimento dei tessuti. Siamo arrivati ad un punto in cui non possiamo più ignorare tutto questo, è l’ambiente che ce lo chiede. 

Alla luce di queste osservazioni ho potuto mettere bene a fuoco la dinamica che ho vissuto centinaia o migliaia di volte quando, di fronte ad un capo che mi piaceva e che costava poco, pensavo: “ ma sì per quel che costa, anche se lo metto solo 3 volte…” totalmente ignara di ciò che questo atteggiamento avrebbe comportato. 

Ora ne sono consapevole e mi chiamo fuori. Non ci sto più. Sto cominciando a dare valore a quel che indosso e ad abbracciare il concetto di economia circolare, per la quale riutilizziamo vestiti e tessuti. Solo così da un lato si può limitare l’eccessivo consumo di risorse (e inquinare meno) e dall’altro si possono ridurre i volumi dello smaltimento del prodotto finito.