In questo articolo vi racconto di InternoBI, brand di abiti femminili che utilizza tessuti di alta moda prettamente da uomo, recuperati da giacenze di magazzino.

Cristina Bocchio, è la mano e la mente creatrice che sta dietro ognuno degli originalissimi pezzi unici, costituiti per lo più da casacche, abiti, pantaloni, gonne e remake (rivisitazione di pezzi di abbigliamento già pronti trovati nuovi nei magazzini di negozi).

In una uggiosa mattina di Aprile, mi sono recata a casa di Cristina, un’affascinante abitazione immersa nella florida campagna dell’hinterland milanese, con lo  scopo di scoprire qualcosa di più sulla sua produzione.

Varcata la soglia, sono stata euforicamente accolta da Ada, una dolcissima cagnolona bianca – “ona” paragonata ad Andy! – e da Cristina che mi ha subito offerto una calda tazza di caffè. Mi sono sembrate ottime premesse per dare inizio alla nostra chiacchierata conoscitiva. Il tempo di tirare fuori taccuino e macchina fotografica ed ecco spuntare dal tepore della sua cameretta rosa, Olivia, figlia di  Cristina, 7 anni, alla quale abbiamo dato il buongiorno prima di tuffarci nella sfilza di domande che mi ero preparata.

Mentre ascoltavo i suoi racconti di tanto in tanto venivo rapita dall’ambiente così suggestivo e colmo di spunti creativi.  “ Sai, questa casa sono io, io sono così” – mi ha confessato poco dopo. L’avevo sospettato.

E’ stato un bellissimo incontro, molto arricchente e stimolante e quel che ne è venuto fuori è l’intervista che segue.  Spero la troviate interessante (fatemi sapere nei commenti, mi raccomando!) …Cheers!

 

Cristina, come è nata la tua attività?

Cristina Bocchi, Interno BI

“Ho disegnato alta moda e seguito il prodotto in tutte le sue fasi per 18 anni , iniziando con  Krizia spa per poi continuare come libera professionista in diverse altre aziende di moda. Ho lasciato questo mondo nel 2002 per fare altro, ma sempre attinente o quasi alla moda e al mondo creativo.

Nel 2011 è nata mia figlia Olivia e mi sono letteralmente fermata sino al 2015, anno in cui ho ripreso in mano il creare, prima legato agli ambienti e al recupero di pezzi di arredamento e in seguito mi sono riavvicinata al mondo del fashion riprendendo in mano quel bagaglio di 18 anni che avevo messo da parte per reinserirlo in un progetto più a misura di mamma e di famiglia. Nel  maggio 2016 ho presentato i miei primi 25 pezzi unici al Carrousel di Cascina Cuccagna, dovevo capire se un prodotto di recupero tessile di qualità come il mio, minimale e destrutturato ma fatto con ricerca e metodo, potesse avere un senso nel mondo dell’ hand made che assolutamente non conoscevo, ma che mi affascinava per nomadismo e modalità. Beh, il senso lo ha avuto e da li non mi sono più fermata”.

Quanto l’idea della sostenibilità e dell’inquinamento ha pesato sulle tue scelte?

Per me è stato importante sin da subito usare materiale fermo, fondi di magazzino o di negozi, scarti di altre aziende, per avere un prodotto di qualità e per ridare nuova vita a qualcosa che al contrario sarebbe andato al macero o sarebbe rimasto a far polvere in magazzino. L’idea di recuperare e far rinascere mi ha sempre affascinato sia nella moda che nell’arredamento. Ridare valore, riportare alla luce, trovare un’ idea nell’ idea. E nello stesso tempo alleggerire l’impatto ambientale.

Ci sono anche altri aspetti positivi del recupero e cioè da un lato, siccome il materiale è sempre a metraggio minimo, i miei pezzi sono unici e non ripetibili il che li rende ancora più interessanti; dall’altro, avendo a che fare con tessuti sempre diversi non ho modo di annoiarmi.

Come funziona la tua produzione? Frequenza…stagionalità…

Lavoro su collezione stagionale. Produco una piccola parte di pezzi primaverili con mezzi pesi (ossia le lane mischiate ai cotoni, alle viscose, cioè materiali che coprono la mezza stagione) e poi una parte più importante di pezzi estivi. Lo stesso vale per l’inverno. La collezione da un punto di vista progettuale non si ferma mai. Ogni giorno nuove idee sono sul tavolo della discussione. Non disegno la collezione ad inizio stagione ma continuo a progettare e fare ininterrottamente.

Come crei i tuoi pezzi? A cosa ti ispiri?

L’idea arriva da esigenze e desideri. Non seguo le tendenze moda, seguo il mio pensiero, le mie voglie, la mia ricerca influenza molto ciò che vado a fare. In base ai tessuti che trovo nascono ispirazioni e nuovi modelli. Guardo spesso al passato e i dettagli storici spesso mi influenzano. Il tutto buttato poi nel calderone del gioco, dell’esasperata comodità, della femminilità a modo mio, dell’esigenza. Cerco di ricordarmi sempre che i capi vanno usati e devono essere comodi… almeno i miei. Ma nello stesso tempo, il dettaglio sartoriale mi affascina e cerco sempre di inserirlo in quello che è anche un semplice capo basico.

Dove li produci? E come?

Li produco nel mio laboratorio. Faccio tutto io.

Mi racconti tutta la filiera?

Ricerca materie prime in aziende, vecchi negozi, mercatini dell usato, negozi vintage (anche solo per delle idee di forme), stockisti. Ricerca di idee su riviste, libri vecchi, mostre d’arte e vecchi film. Schizzi a matita di quello che potrebbe essere una partenza. Cartamodello, capo campione per capire la confezione e altro, pezzo definitivo. Cartellini e etichette li faccio io. Dopo di che eventi, allestimento e vendita.

Alla luce del fatto che l’industria della moda è la seconda più inquinante al mondo dopo quella del petrolio, come pensi si evolverà nel prossimo futuro – se si evolverà -il rapporto tra moda e ambiente/inquinamento?

Credo che la moda non finirà mai di inquinare perchè essendo stagionale produce esigenze a cadenza fissa e questo fa sì che i capi vengano usati una stagione e poi più. Il piccolo artigiano come me lavora sulla qualità e la fidelizzazione e ha tempi più lunghi. Si vende un capo che non ha tendenza (almeno i miei) e se la qualità è buona, il capo dura parecchio e già questo mette in circolo meno futuri rifiuti.

Hai percepito una presa di coscienza o di posizione da parte dei tuoi colleghi/addetti ai lavori del mondo fashion?

Il mondo fashion  a livello mondiale, benchè stia prendendo coscienza e stia cercando di cambiare filiera e modalità di confezione, produzione e altro, non credo potrà mai essere non impattante sul nostro sistema. E’ troppo ampio l’interesse. Il mio micro mondo, quello degli handmade maker lavora invece in maniera sempre più attenta al concetto di recupero, riciclo, impatto zero e filiera corta. Lavorando da soli (o quasi) e quasi sempre  sul pezzo unico, è senz’altro più semplice modificare i processi e cercare di essere il più ecosostenibili possibili. Non tutti ma un buon 50% lavora già così.

Grazie! 

 

Per vedere e/o comprare gli abiti di Cristina, potete visitare il profilo Instagram di InternoBIoppure potete mandarle un messaggio (sempre su Instagram) e prendere un appuntamento per andare a visitare il suo laboratorio, oppure ancora potete lasciarle il vostro contatto e aspettare di ricevere l’invito ad una di quelle giornate in cui, di tanto in tanto, apre il suo spazio al pubblico. In quell’occasione potrete sbizzarrirvi tra vestiti, drink e nuove persone da conoscere.

Non vi suona tutto interessante?